Ogni volta che apriamo un social network, cerchiamo un video su YouTube o scegliamo un film da guardare la sera, c’è una parola che aleggia invisibile dietro i nostri schermi: algoritmo.
Spesso ne sentiamo parlare al telegiornale con un tono un po’ inquietante, quasi fosse un’entità magica o un burattinaio digitale che decide cosa dobbiamo leggere, comprare o pensare. Ma cos’è, esattamente, un algoritmo?
Proprio come il metodo scientifico non è altro che una sequenza logica di passi per arrivare a dimostrare una verità (osservazione, ipotesi, esperimento, tesi), anche l’algoritmo, spogliato del suo alone di mistero, è un concetto estremamente semplice.
La ricetta per preparare il caffè
In parole povere, un algoritmo è una serie di istruzioni passo-passo scritte per risolvere un problema o completare un’azione. Senza saperlo, eseguiamo algoritmi tutti i giorni. Prendiamo, ad esempio, la preparazione del caffè con la moka. Se dovessimo scriverla sotto forma di algoritmo, assomiglierebbe a questo:
- Svita la moka.
- Riempi la caldaia di acqua fino alla valvola.
- Inserisci il filtro.
- Riempi il filtro di caffè senza pressarlo.
- Avvita la parte superiore.
- Metti la moka sul fuoco a fiamma bassa.
- Condizione: Se il caffè è uscito tutto, allora spegni il fuoco.
- Versa nella tazzina.
Questo è un algoritmo perfetto. Ha un punto di partenza (gli ingredienti), una serie ordinata di istruzioni logiche, e un risultato finale (il caffè pronto).
I “bivi” decisionali: la logica del Se/Allora
Il punto 7 della nostra ricetta contiene una condizione: “Se succede A, allora fai B”.
Nel linguaggio informatico, questa struttura si chiama “If/Then” ed è il cuore pulsante di come gli algoritmi prendono le decisioni.
I computer non sono intelligenti, ma sono incredibilmente veloci e obbedienti. Quando diamo a un computer un algoritmo, lui si limita a seguire le istruzioni e a valutare le condizioni alla velocità della luce.
- Se l’utente digita la password corretta, allora sblocca il telefono.
- Se piove, allora apri l’ombrello.
Dalla moka alle piattaforme di TV streaming: come ci consigliano?
Come passiamo, quindi, dalla ricetta del caffè alle piattaforme di TV streaming che ci consigliano esattamente la serie TV che avevamo voglia di guardare?
Tutto si basa sull’aggiunta di una quantità massiccia di dati (i cosiddetti Big Data). L’algoritmo di raccomandazione di una piattaforma di streaming funziona, semplificando, in questo modo:
- Raccoglie i dati su ciò che hai guardato in passato.
- Analizza se hai finito la serie o se l’hai abbandonata dopo dieci minuti.
- Cerca tra milioni di altri utenti qualcuno che ha i tuoi stessi gusti.
- Controlla cosa stanno guardando quegli utenti simili a te.
- Risultato: Ti propone quei titoli sulla tua homepage.
Non c’è magia. È pura statistica unita a una serie di regole logiche scritte da programmatori.
Perché è importante saperlo?
Capire che l’algoritmo è solo una “ricetta” scritta da esseri umani (o creata da macchine basandosi su dati umani) è il primo passo per una sana cittadinanza digitale. Gli algoritmi non sono infallibili e non sono neutri: riflettono le priorità di chi li ha programmati.
Se l’obiettivo (il risultato finale della ricetta) di un social network è farci rimanere collegati il più a lungo possibile per mostrarti più pubblicità, il suo algoritmo ci proporrà contenuti sensazionalistici, divisivi o che confermano le nostre idee (la famosa Echo Chamber o “bolla di filtraggio”), perché statisticamente sono quelli che catturano di più l’attenzione umana.
Questo principio si applica a ogni servizio digitale che usiamo. La “ricetta” cambia semplicemente in base allo scopo commerciale di chi l’ha scritta:
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L’e-commerce e gli acquisti d’impulso: se l’obiettivo dell’algoritmo di un negozio online è massimizzare le vendite, non ci consiglierà necessariamente il prodotto oggettivamente “migliore”, ma quello che statisticamente siamo più propensi a comprare in quel momento. Sfrutterà la logica del “chi ha comprato questo articolo ha acquistato anche…” per farci riempire il carrello senza pensarci troppo.
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Le app di navigazione e l’ossessione per il tempo: pensiamo al navigatore dello smartphone. Il suo obiettivo unico è portarci a destinazione nel minor tempo possibile. Per raggiungere questo scopo, la sua logica non esiterà a farci deviare per stradine di campagna strette o quartieri residenziali pur di farci risparmiare tre minuti di traffico. Per l’algoritmo l’unica metrica che conta è l’efficienza temporale, ignorando la comodità della strada o la bellezza del paesaggio.
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La selezione del personale e le parole chiave: molte grandi aziende usano algoritmi per fare una prima scrematura dei curriculum. Lo scopo in questo caso è far risparmiare tempo ai selezionatori (le risorse umane). L’algoritmo analizzerà i testi cercando specifiche “parole chiave” e scarterà spietatamente chi non le possiede, col rischio di escludere un candidato brillante solo perché nel suo curriculum ha usato un sinonimo non previsto dalla ricetta.
Demistificare la parola “algoritmo” ci restituisce il controllo. Ci ricorda che dietro il sipario digitale ci sono solo regole logiche e matematica. E che, alla fine, il vero regista della nostra vita, anche online, dobbiamo rimanere noi.
