Nelle tradizioni filosofiche dell’Asia meridionale, ahiṃsā viene comunemente tradotta come nonviolenza, sebbene la sua radice sanscrita indichi con maggiore esattezza l’assenza del desiderio o della volontà di nuocere a qualsiasi forma di vita. Nel giainismo, nel buddhismo e nell’induismo non si configura come una semplice norma prescrittiva esteriore, ma come una disposizione ontologica che orienta simultaneamente l’intenzione, il linguaggio e l’azione materiale. Se nei monoteismi occidentali il rispetto del creato e la cura del nemico restano spesso subordinati a una gerarchia teologica che colloca l’essere umano al vertice del cosmo, l’Ahimsa dissolve questo confine antropocentrico, riconoscendo una continuità vitale condivisa tra tutte le entità senzienti.
Nelle società reticolari contemporanee, la natura dell’offesa e del danno trascende la singolarità del gesto individuale. L’esperienza quotidiana è mediata da architetture computazionali capaci di produrre conseguenze tangibili senza che vi sia una precisa intenzione dolosa a monte: sistemi di attribuzione del merito creditizio che precludono opportunità a intere categorie sociali, algoritmi predittivi che etichettano individui come fattori di rischio1 o motori di raccomandazione che incentivano la polarizzazione e l’ostilità sistemica. Negli scenari bellici automatizzati2, la definizione computazionale di un bersaglio e la stima del cosiddetto danno collaterale trasferiscono a modelli statistici la soglia di tolleranza della violenza. In questi contesti il nuocere si manifesta non come un atto isolato, ma come una proprietà emergente dell’ambiente tecnico, caratterizzato da responsabilità distribuite, opache e difficilmente riconducibili a un singolo autore.
Interrogare le tecnologie dell’informazione attraverso la lente dell’Ahimsa richiede di sottrarre il principio di non-nuocere al recinto dell’etica morale per tradurlo in un criterio di ecologia politica e di progettazione infrastrutturale. L’obiettivo non consiste nell’attribuire alle macchine una fittizia sensibilità, bensì nell’esaminare la cosmologia implicita che esse codificano. Ogni modello computazionale opera selezionando, classificando e scartando alternative; nel farlo, impone una specifica gerarchia su quali corpi meritino tutela, quali voci ricevano visibilità e quali esistenze possano invece essere trattate come residui trascurabili dell’ottimizzazione. La violenza epistemica dell’algoritmo coincide con la naturalizzazione di queste selezioni, presentate sotto forma di procedure tecniche neutrali mentre agiscono come veri e propri apparati di governo della realtà.
Questa riflessione investe inoltre la materialità fisica della filiera digitale. La retorica dell’immaterialità computazionale vela un apparato estrattivo di vaste proporzioni: l’alimentazione dei centri di calcolo esige consumi energetici e idrici massicci, la fabbricazione dei semiconduttori dipende dall’estrazione di terre rare in territori ecologicamente compromessi e i cicli di obsolescenza programmata riversano tonnellate di rifiuti chimici su aree già vulnerabili del pianeta. L’Ahimsa impone di estendere lo sguardo a questo orizzonte biofisico, evidenziando come una tecnologia che pretende di minimizzare l’attrito per l’utente umano al costo di devastare equilibri ecosistemici e comunità biologiche rimane intimamente intessuta di hiṃsā, ovvero di una violenza strutturale e deliberata.
Pensare un’infrastruttura tecnica orientata alla nonviolenza significa ripensare radicalmente gli scopi dell’automazione, allontanandosi da un modello estrattivo fondato sull’accumulazione indifferenziata di dati e sulla massimizzazione della reattività emotiva. Più che una rincorsa a protocolli correttivi marginali, l’Ahimsa offre una grammatica critica con cui svelare i punti in cui la tecnica ferisce il vivente, ricordando che ogni architettura computazionale riflette sempre una precisa decisione su come abitare, dividere o custodire il mondo comune.
Riferimenti essenziali
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Kate Crawford, Atlas of AI. Potere, politica e costi planetari dell’intelligenza artificiale, trad. it., Il Mulino, Bologna 2021 (ed. orig. Yale University Press, New Haven 2021).
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Shannon Vallor, Technology and the Virtues: A Philosophical Guide to a Future Worth Wanting, Oxford University Press, Oxford 2016.
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Soraj Hongladarom, The Ethics of AI and Robotics: A Buddhist Viewpoint, Lexington Books, Lanham 2020.
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Padmanabh S. Jaini, The Jaina Path of Purification, University of California Press, Berkeley 1979 (ried. 1992, 2009).
Come COMPAS, il software usato nei tribunali statunitensi per stimare la recidiva, che un’inchiesta di ProPublica ha mostrato classificare falsamente gli imputati afroamericani come “ad alto rischio” quasi il doppio delle volte rispetto ai bianchi.
Si pensi a sistemi come “Lavender” e “The Gospel”, impiegati dall’esercito israeliano a Gaza, in cui (secondo un’inchiesta di +972 Magazine) soglie di danno collaterale pre-autorizzate avrebbero determinato quanti civili potessero essere uccisi per ogni singolo obiettivo.
