Mentre scrivo queste righe, la velocità dell’Intelligenza Artificiale non è più una variabile tecnica, ma una velocità di fuga. È come se una parte dell’umanità fosse salita su un treno a levitazione magnetica, mentre l’altra è rimasta a terra, a guardare i binari senza nemmeno capire dove sia la stazione. Il rischio non è solo un “ritardo tecnologico”. È la creazione di nuovi confini invisibili tra chi ha le chiavi della nuova razionalità e chi ne è rimasto fuori.
Dall’accesso alla competenza. Il nuovo Digital Divide
Per anni abbiamo pensato che il “Digital Divide” fosse un problema di cavi e infrastrutture: portare il Wi-Fi in ogni borgo, dare un tablet a ogni studente. Ma oggi la barriera si è spostata.
Avere a disposizione la tecnologia rappresenta oggi solo il livello base dell’inclusione, superato dalla necessità vitale di saperla interrogare. Chi sa dialogare con un’IA generativa sta espandendo la propria capacità cognitiva; chi non lo sa fare per mancanza di tempo, di istruzione o di età, non sta solo “restando indietro”, sta subendo quella mutilazione cognitiva a cui mi riferivo qualche giorno fa in un post precedente parlando di Latour. Se l’estensione della mia intelligenza oggi risiede nei server, non saper accedere a quei server significa perdere un pezzo della propria capacità di agire nel mondo.
Oltre lo strumento: l’evoluzione simbionte di Donna Haraway
In questa transizione potremmo intravedere non solo un rischio, ma l’opportunità di ripensare il nostro legame con la tecnica. Il pensiero di Donna Haraway ci suggerisce che abbiamo superato il ruolo di semplici utilizzatori di macchine per scoprirci esseri in continua evoluzione simbionte. Il superamento dei confini tra umano e artificiale non deve spaventarci: è un invito a vedere la tecnologia come parte della nostra identità sociale e biologica. Piuttosto che tentare di arrestare questa ibridazione, la nostra sfida consiste nel progettarla in modo che non diventi un privilegio per pochi, garantendo che questa nuova “intelligenza distribuita” sia un bene comune e non una barriera di specie.
La dittatura della velocità
Tuttavia, dobbiamo gestire una criticità sistemica: l’IA non evolve in anni, ma in settimane. Questa accelerazione è tossica per l’inclusione perché l’apprendimento umano ha bisogno di tempi di sedimentazione che la tecnologia attuale ignora totalmente. Stiamo lasciando indietro intere generazioni, dai nostri anziani ai professionisti di mezza età, che non hanno la “prontezza biologica” per inseguire ogni aggiornamento di sistema. Il risultato è una società a due velocità dove chi è “fuori” si sente improvvisamente straniero in casa propria, incapace di gestire persino un modulo o di distinguere il reale dal simulato.
Kate Crawford e il mito dell’astrazione: né intelligente, né artificiale
Dobbiamo però restare vigili e non cadere nell’errore di considerare l’IA come un’entità magica o puramente astratta. Come ci ricorda Kate Crawford, l’IA non è né “intelligente” in senso biologico, né “artificiale” nel senso di slegata dal mondo fisico. È un sistema fatto di minerali estratti dalla terra, di lavoro umano spesso invisibile e di enormi quantità di dati estratti dalle nostre vite. Comprendere questo lato oscuro è fondamentale: se ignoriamo i costi sociali e materiali dell’IA, non potremo mai costruire un progresso etico. La tecnologia (anche se venduta come democratica) non è mai neutra e porta con sé i pregiudizi di chi la progetta. Solo smitizzando l’IA possiamo trasformarla da “architettura di potere” a strumento di reale emancipazione.
La “scarsità istituita” e la sfida della Digital Humanity
Se progettiamo sistemi che richiedono una “alfabetizzazione superiore” anche solo per essere sfiorati, stiamo istituendo una nuova forma di povertà: una povertà di agency, ovvero la capacità di influire sul proprio destino digitale.
Nel 2026, la metrica della vera Digital Humanity trascende la bellezza dei nostri prompt e dei nostri modelli per misurarsi unicamente sui ponti che riusciamo a costruire per chi è rimasto a terra. Dobbiamo chiederci se la nostra efficienza valga il prezzo dell’esclusione altrui. Essere umani, oggi, significa anche avere il coraggio di rallentare abbastanza da non perdere nessuno per strada. Un’intelligenza, per quanto vasta, se non è inclusiva e non viene socializzata attraverso la scuola e le istituzioni, resta solo un’architettura di potere vestita da progresso.
Una riflessione:
Nella nostra quotidianità, lavorativa o familiare, vediamo questi confini invisibili? Chi sono le persone che, intorno a noi, stanno iniziando a “sentirsi fuori” e cosa stiamo facendo, concretamente, per non lasciarle indietro?
