Macchine sacre – parte 2

Macchine sacre - parte 2

Seconda parte di ‘Macchine sacre’: dallo sguardo sui casi concreti alla cornice antropologica.

Nella prima parte di questo pezzo abbiamo attraversato alcuni casi concreti di questa trasformazione: un avatar di Gesù nel confessionale di una cappella svizzera, una chiesa della Silicon Valley dedicata al culto di un dio algoritmico, un robot-monaco che recita sutra in un tempio zen, un’intera funzione domenicale generata da ChatGPT in Baviera. Presi insieme, quei casi pongono una domanda più ampia, a cui proviamo ora a dare una cornice.

Perché la tecnologia diventa sacra?

Guardando dall’esterno, questi fenomeni possono apparire come curiosità marginali: esperimenti di artisti, provocazioni di teologi, tentativi di marketing spirituale. Eppure, presi insieme, indicano qualcosa di più strutturale: la tendenza a proiettare sulla tecnologia (e in particolare sull’intelligenza artificiale) funzioni che, per secoli, sono state associate al religioso: dare ordine al caos, offrire senso al limite, promettere una forma di salvezza.

Uno studio dell’Università di Zurigo, diretto dal ricercatore Michael Latzer e pubblicato nel 2023, ha mostrato come l’uso quotidiano di internet e delle applicazioni digitali assuma, per una parte significativa degli utenti, caratteristiche tipiche delle pratiche religiose: ritualità, fiducia in un’entità superiore inspiegabile, persino esperienze descritte come trascendentali. Più che professioni di fede esplicite, emergono atteggiamenti quotidiani: l’abitudine di affidare agli algoritmi la scelta di ciò che è vero, importante o desiderabile; percepire la rete come un “luogo” in cui si manifesta qualcosa che eccede la comprensione individuale; vivere certe connessioni come momenti di pienezza o di rivelazione.

L’intelligenza artificiale finisce così per condensare in sé tratti storicamente riservati al divino: l’invisibilità dell’infrastruttura, un’apparente onniscienza e la promessa di guidare le nostre scelte verso un futuro migliore. Il “dio algoritmo” non abita un tempio, ma i server; non parla attraverso profeti, ma attraverso interfacce; non chiede sacrifici, ma dati. La sua autorità non deriva da una rivelazione, ma da una presunta neutralità tecnica, dalla convinzione diffusa per cui il risultato di un modello non sia un’opinione ma un fatto.

Questa sacralizzazione della tecnologia non avviene in modo uniforme. Da un lato, ci sono movimenti espliciti che venerano l’IA come divinità, come la già citata Way of the Future, o gruppi che praticano una forma di “adorazione algoritmica”, affidando decisioni cruciali della vita a sistemi considerati oracoli digitali. Dall’altro, c’è una religiosità più diffusa e meno dichiarata, fatta di fiducia quasi automatica nei raccomandatori1, di attesa di risposte definitive da parte dei chatbot, di percezione della rete come spazio in cui si gioca il senso della propria esistenza.

L’antropologia ha da tempo mostrato che le società umane hanno bisogno di cosmologie: strutture che organizzano la realtà, distinguono ciò che conta da ciò che è marginale, offrono un orizzonte di senso entro cui collocare la nascita, la morte, il dolore, la colpa. L’intelligenza artificiale si affianca così alle religioni tradizionali creando un nuovo strato di mediazione simbolica, un “mito tecnico” capace di restituire ordine e vivibilità alla veloce e frammentata complessità della nostra epoca.

Questioni aperte

Se la tecnologia diventa uno degli ambienti in cui si forma l’esperienza del sacro, allora alcune domande smettono di essere tecniche e diventano antropologiche. Anziché limitarsi a valutare l’efficacia di un confessore digitale o la validità teologica di una liturgia algoritmica, conviene interrogarsi su quale idea di soggetto, comunità e fede stia emergendo da questi nuovi ambienti.

Identità: chi parla quando si prega?

Nelle tradizioni religiose, la preghiera e la confessione presuppongono un soggetto che si espone: qualcuno che dice “io” davanti a Dio, davanti alla comunità, davanti a se stesso. Quando la parola è generata o mediata da un sistema di intelligenza artificiale, quel “io” si fa più instabile. Chi sta parlando quando un fedele usa un chatbot per formulare una preghiera? Quando un avatar recita un sutra o un sermone, chi è il soggetto del gesto?
La questione non è solo metafisica. Ha conseguenze concrete sulla formazione spirituale: un soggetto che impara a rivolgersi al divino attraverso formule suggerite da un algoritmo rischia di interiorizzare un linguaggio già ottimizzato, già levigato, già privo di attriti. La preghiera diventa più fluida, forse più accessibile, ma anche più standardizzata. Che cosa resta, in quel dialogo, di autenticamente proprio?

Autorità: chi può parlare a nome del sacro?

Le religioni istituzionali hanno sempre dovuto rispondere alla domanda: chi ha il diritto di parlare a nome di Dio? La risposta è passata attraverso ordinazioni, riconoscimenti comunitari, trasmissione di saperi, pratiche di discernimento. Con l’arrivo dei chatbot e degli avatar, quella domanda si complica; un sistema addestrato su testi sacri, catechismi, commenti teologici può parlare “a nome della tradizione”? Un’app che offre risposte “radicate nel Magistero” o “nei Padri della Chiesa” esercita una forma di autorità spirituale?
Ridurre il dibattito alla sola accuratezza dottrinale rischia di oscurare una questione umana essenziale, complice una trasformazione in atto tutt’altro che marginale. Quando la parola autorevole smette di incarnarsi in un volto, in una storia e in una responsabilità personale per passare attraverso un’interfaccia, si trasforma radicalmente il rapporto stesso con il senso, giacché la macchina non può essere chiamata a rispondere delle proprie scelte, dei propri limiti o dei propri conflitti.

Autenticità: è preghiera se la formula è generata?

Una delle obiezioni più frequenti è “può essere autentica una preghiera scritta da una macchina?” La risposta dipende da cosa si intende per autenticità. Se significa “provenire interamente dall’interiorità del credente”, allora nessuna preghiera è pienamente autentica; tutte usano linguaggi appresi, formule tradizionali, testi ricevuti. Ma se l’autenticità include anche la possibilità di riconoscere la propria parola in ciò che si dice, allora la mediazione algoritmica introduce una frattura: il linguaggio è già formato altrove, da un sistema che non prega, non teme, non spera.

Lo stesso vale per le liturgie, dove il criterio dell’autenticità (si tratti di una processione coordinata da un’intelligenza artificiale o di un sermone generato da un modello linguistico) non si esaurisce sul piano giuridico o teologico. Diventa decisivo comprendere la qualità dell’esperienza vissuta dai partecipanti, la natura della presenza che percepiscono e l’eventuale trasformazione che quel gesto condiviso riesce ancora a generare in loro.

Cura e rischio: porte d’accesso o surrogati?

C’è un argomento ricorrente a favore di queste sperimentazioni: la tecnologia come porta d’accesso. Un chatbot spirituale può essere il primo passo per chi non entrerebbe mai in una chiesa; una liturgia digitale può raggiungere persone che non hanno accesso a una comunità fisica; un robot-monaco può suscitare curiosità in chi si sente lontano dalla tradizione. In questo senso, la mediazione tecnica non è un surrogato, ma un accompagnamento, talvolta un ponte. C’è anche un rischio complementare, la comodità dell’accesso digitale può diventare un sostituto della fatica dell’incontro. La confessione a un chatbot è più facile perché non espone al giudizio di un altro corpo; la preghiera guidata da un’app è più rassicurante perché non richiede di affrontare il silenzio, la distrazione, la propria aridità. La liturgia digitale è più controllabile perché non impone la vicinanza di estranei, di corpi, di odori, di imprevedibilità.

Superando la polarizzazione tra entusiasti e apocalittici della tecnologia, si tratta di prendere atto che ogni mediazione ricalibra ciò che veicola. Il sacro non attraversa il canale digitale in forma neutrale, giacché l’infrastruttura tecnica ne riorganizza inevitabilmente i ritmi e la fruizione. Ne esce così profondamente modellato, ritrovandosi enfatizzato in certi passaggi e rarefatto in altri.

Domande che restano aperte

In questo orizzonte, emergono alcune questioni aperte che toccano direttamente la nostra esperienza del presente.:

  • Che tipo di soggetto spirituale si forma quando impara a parlare di sé a una macchina che ascolta sempre, ma non è mai presente?

  • Che tipo di comunità si costruisce quando il “noi” del rito è una rete di dispositivi più che un corpo di persone?

  • Che cosa significa cercare il sacro in un ambiente progettato per prevedere i comportamenti, ottimizzare l’attenzione, trasformare ogni gesto in dato?

  • E soprattutto, in quel dialogo tra umano e tecnico, che cosa resta (e che cosa può diventare) autenticamente nostro?

Forse il contributo più urgente che le scienze umane possono offrire alla nostra epoca non è rallentare l’innovazione, né demonizzare la tecnologia. È ricordare che i memi con cui pensiamo, le parole con cui nominiamo la realtà, le strutture con cui organizziamo il senso, non sono mai innocenti. E che affidarli, anche in parte, a sistemi che non condividono né la nostra fragilità né la nostra trascendenza, è una scelta che va fatta con piena consapevolezza.

1

Nell’intelligenza artificiale, un raccomandatore (o motore/sistema di raccomandazione) è un software basato su algoritmi di apprendimento automatico che analizza i dati e il comportamento degli utenti per suggerire in modo personalizzato prodotti, servizi o contenuti di loro interesse.

Translate »