Mappa di rughe, antropologia di polvere

Mappa di rughe, antropologia di polvere

C’è una conoscenza che non passa attraverso le parole. Vive nelle texture, nei solchi, nelle stratificazioni silenziose che il tempo deposita sui volti e che nessun archivio sa custodire meglio della pelle stessa.

Il brano “Geografie del Sangue” nasce da quella soglia: il punto in cui l’immagine esaurisce il suo dire e cede il passo al succedersi di suoni e silenzi. Non è una colonna sonora, né una narrazione. È un paesaggio acustico che attraversa le stesse geografie umane della mia ultima realizzazione “Anime di Terra e Luce”, non ancora uscita: le Ande, l’Artico, il deserto, la foresta, cercando in ciascuna non il suono documentato, ma quello immaginato. Quello che risuona sotto la superficie visibile delle cose.

Quello che la pietra trattiene dopo il vento. I versi che seguono sono il testo del brano.

S’incide il mondo sulla polpa nuda,
mappa di rughe, antropologia di polvere.

Non sono volti, ma graniti vivi,
archivi di vento che il tempo non schiude.

Ascolta:
è il rintocco del rame sul palmo,
è l’urlo del gelo che si fa cristallo,
mentre l’occhio
abisso di ambra e tempesta
beve il riverbero di un oceano caustico.

Siamo simbiosi di fango e di rito,
veli d’indaco, polvere di Qasil.

La pelle non tace: è un paesaggio che pulsa,
è silenzio di marmo che grida memoria.

Non siamo carne, ma varchi di secoli,
archetipi nudi nell’abbraccio del tempo.

Siamo il respiro che scava la pietra,
luce che morde, ombra che resta.


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