Parenti algoritmici

Parenti algoritmici

Aprire un’app, scorrere un feed, cliccare su un video: gesti minimi e quotidiani che diamo ormai per scontati. In quei pochi secondi si compie tuttavia un passaggio decisivo; oltre a selezionare cosa guardare o ascoltare, entriamo in relazione con creator, autori e comunità che un’architettura software ha stabilito di collocare nel nostro campo visivo. Si tratta di un incontro pre-orientato, inserito all’interno di una mappa di affinità calcolata a monte.
Da anni i
sistemi di raccomandazione di piattaforme come YouTube, TikTok, Instagram e Spotify stabiliscono la gerarchia, l’ordine e la visibilità di ciò che ci circonda. Considerarli semplici filtri per orientarsi nell’abbondanza dell’informazione rischia di oscurarne la natura più profonda. Ciò che i motori di raccomandazione distribuiscono non sono meri oggetti culturali (un brano, un video, un articolo), bensì soggetti con cui intessiamo relazioni: voci, sensibilità, stili e universi simbolici.
In questa prospettiva, i raccomandatori operano come vere e proprie strutture di parentela simbolica: stabiliscono chi incontriamo e con chi stabiliamo legami culturali di prossimità o di distanza, chi diventa “vicino”, chi resta “lontano”. Più che motori di
engagement, agiscono come organizzatori dell’appartenenza sociale, tracciando le coordinate delle nuove alleanze digitali.

Cosa intendiamo per “antropologia algoritmica”

L’espressione antropologia algoritmica, discussa negli ultimi anni anche in sede accademica (tra cui i lavori promossi dal Royal Anthropological Institute), definisce lo studio di come le infrastrutture di calcolo mediano l’identità, le interazioni e le espressioni culturali umane. La nozione si innesta sulla riflessione di studiosi come Alexander Galloway e Ted Striphas attorno alla cultura algoritmica, ovvero alla trasformazione delle pratiche culturali indotta dalla logica del computo su larga scala. Così come l’antropologia classica ha indagato i rituali, i lignaggi e gli scambi simbolici, l’antropologia algoritmica analizza come questi stessi processi prendano forma attraverso il codice.
Gli algoritmi si rivelano artefatti culturali carichi di premesse, valori e gerarchie. Non si limitano a rispecchiare la realtà: concorrono a produrla determinando ciò che merita visibilità e ciò che scivola ai margini.
I sistemi di raccomandazione costituiscono il fulcro di questa dinamica. Se sul piano tecnico ottimizzano il consumo suggerendo elementi affini al profilo dell’utente, sul piano simbolico orchestrano incontri tra soggettività. Un video o un testo sono prese di posizione nel mondo; raccomandarli significa costruire costellazioni di vicinanza, definendo chi appartiene a uno stesso orizzonte di senso. L’indagine antropologica mira dunque a decifrare il tipo di ordine sociale e di convivenza che questi ambienti stanno plasmando.

I raccomandatori come strutture di parentela simbolica

Nell’antropologia classica, i sistemi di parentela non descrivono soltanto vincoli biologici, ma schemi che regolano alleanze, scambi e appartenenze. In Le strutture elementari della parentela del 1949, Claude Lévi-Strauss ha mostrato come l’istituzione di regole di scambio segni il passaggio fondamentale dalla natura alla cultura. Negli spazi digitali, le affinità generate dalle piattaforme sollevano un interrogativo cruciale, chiedendoci se questi vincoli appartengano ancora a un ordine culturale negoziabile o se rischino piuttosto di apparirci come una nuova natura, automatica e indiscutibile.

Formule consuete come «Se ti piace X, ti piacerà anche Y» o «Chi segue questo creator segue anche…» vanno infatti ben oltre il semplice suggerimento commerciale. Esse agiscono come indicatori di prossimità simbolica: da un lato rendono alcuni autori, generi e linguaggi immediatamente accessibili e familiari all’interno del nostro perimetro percettivo; dall’altro spingono ciò che resta fuori dal circuito verso una marginalità strutturale, difficile da intercettare pur senza subire una censura esplicita. Si creano in questo modo alleanze simboliche inedite, in cui gruppi di utenti finiscono per riconoscersi come parte del medesimo universo di senso pur senza aver mai avuto alcun contatto diretto. I raccomandatori fungono così da organizzatori di prossimità. Le loro metriche interne, orientate alla permanenza sullo schermo, alla riduzione dell’abbandono e alla reattività emotiva, canalizzano i percorsi individuali verso determinati paesaggi relazionali, fino a far percepire certi stili come familiari e altri come irrimediabilmente estranei.

Come i raccomandatori riscrivono la cultura

Partecipando alla selezione delle affinità, i sistemi di raccomandazione intervengono direttamente sui processi di produzione culturale. La visibilità algoritmica stabilisce ciò che è rilevante, spingendo creator, artisti e autori ad adeguare formati, ritmi e registri alle aspettative del sistema distributivo. Ne deriva una tendenza ad allinearsi ai canoni della raccomandabilità: i linguaggi e i temi più adatti a essere processati e diffusi dalle piattaforme acquisiscono una centralità preponderante. Come documentato dagli studi sui bias di popolarità nei recommender systems, ciò che ha già ottenuto riscontro riceve un’ulteriore spinta distributiva, mentre le espressioni più eccentriche o di nicchia incontrano crescenti barriere di visibilità. Questo meccanismo di ottimizzazione, progettato per ridurre l’attrito e massimizzare l’attenzione, porta con sé il rischio di una progressiva standardizzazione delle forme espressive e di una contrazione della reale biodiversità culturale.

Nuove forme di appartenenza e di tribù

Dalla riscrittura della cultura discende la riconfigurazione dei legami comunitari. Le tribù digitali (i “lati” o le nicchie che caratterizzano TikTok, YouTube o Spotify) raramente nascono da incontri fortuiti: sono il precipitato di flussi di calcolo che raggruppano traiettorie comportamentali omogenee. Il fenomeno richiama una celebre intuizione di Lévi-Strauss ne Il totemismo oggi (1962): le specie totemiche non venivano scelte dalle comunità perché “buone da mangiare”, ma perché “buone da pensare”, ovvero efficaci come simboli per classificare il mondo e distinguere il proprio gruppo dagli altri. Un caso emblematico è quello delle cosiddette “side” di TikTok: bacini di senso come “that girl”, “dark academia”, “cottagecore” o “clean girl”, che raggruppano milioni di utenti attorno a un’estetica, un lessico visivo e persino una scala di valori condivisa. Nessuno sceglie deliberatamente di “entrare” in una di queste tribù: basta soffermarsi qualche secondo in più su un video di routine mattutina o su un’inquadratura di libri e candele perché il sistema inferisca un’affinità e cominci a costruire, intorno a quell’utente, un intero universo coerente fatto di creator, suoni e riferimenti ricorrenti. Nel giro di pochi giorni ci si ritrova immersi in una comunità dai contorni ben definiti, con le sue parole d’ordine, i suoi codici estetici, persino i suoi rituali, pur non avendola mai attivamente cercata. La piattaforma non si limita a suggerire contenuti affini: assegna un’appartenenza.

L’appartenenza a una specifica nicchia algoritmica agisce in modo analogo, offrendo un emblema identitario con cui orientarsi nella complessità del paesaggio digitale. A differenza dei sistemi tradizionali, tuttavia, questo emblema non proviene da una tradizione comunitaria condivisa, ma da parametri opachi e non negoziati. L’appartenenza che ne scaturisce si fonda su pratiche d’uso più che su scelte dichiarate: ci si ritrova inseriti in una comunità sulla base di abitudini intercettate e ricombinate dal software.

Verso un’ecologia delle relazioni digitali

Riconoscere i raccomandatori come strutture di parentela simbolica significa spostare l’attenzione su questioni di fondo che toccano da vicino la nostra convivenza. Si tratta anzitutto di interrogarsi sulla salvaguardia della differenza, valutando quanto spazio reale rimanga per l’imprevisto e per le forme espressive che non si allineano ai pattern dell’engagement. Questa dimensione simbolica ha però anche un risvolto più direttamente politico. Le stesse logiche di prossimità che aggregano nicchie estetiche possono strutturare fazioni ideologiche, alimentando camere d’eco in cui posizioni già condivise vengono continuamente rinforzate e raramente messe alla prova. La distanza tra un’affinità di gusto e un’affinità di visione del mondo, in questi ambienti, si assottiglia: chi ci viene presentato come “vicino” su un piano culturale finisce spesso per esserlo anche su un piano ideologico. È un terreno che rende possibile, e in alcuni casi ha già reso concreto, un uso deliberato di queste dinamiche a fini di persuasione politica o disinformazione mirata, sfruttando non tanto la forza dell’argomento quanto l’architettura stessa della prossimità.

Questa dinamica investe direttamente la natura stessa della scelta, poiché occorre comprendere quale margine di autodeterminazione si conservi all’interno di ambienti in cui le alternative visibili vengono preordinate da modelli predittivi. Emerge qui l’esigenza di una rinnovata alfabetizzazione critica, indispensabile per decifrare i criteri di queste affinità calcolate ed evitare di scambiare per inclinazioni spontanee quelle che sono traiettorie suggerite dal mezzo tecnico.

Evitare di avere parenti algoritmici è ormai impossibile, giacché l’infrastruttura digitale costituisce parte integrante della nostra ecologia culturale. Ma se le società totemiche sceglievano i propri emblemi collettivamente, negoziandone il senso attraverso riti e racconti condivisi, i nostri lignaggi digitali ci vengono assegnati in silenzio, un clic alla volta. La sfida autentica non è sottrarsi a questa nuova parentela, poiché ciò non è possibile, ma imparare a riconoscerne le regole. Ogni volta che un’affinità ci sembra spontanea, per un creator, un genere, una “side”, resta da chiedersi se l’abbiamo scelta noi o se è stata scelta per noi. Non serve una risposta definitiva: basta non smettere di porsi la domanda.

Riferimenti essenziali

  • Alexander R. Galloway, Gaming: Essays on Algorithmic Culture, University of Minnesota Press, Minneapolis 2006.

  • Ted Striphas, Algorithmic Culture, «European Journal of Cultural Studies», 18, 4-5, 2015, pp. 395–412.

  • Royal Anthropological Institute (RAI), Anthropology, AI and the Future of Human Society, Conference Proceedings, 2022.

  • Claude Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela (1949), trad. it., Feltrinelli, Milano 1969.

  • Claude Lévi-Strauss, Il totemismo oggi (1962), trad. it., Feltrinelli, Milano 1964.

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