“It’s not a cry you hear at night / it’s not somebody who has seen the light / it’s a cold and it’s a broken Hallelujah.“
Leonard Cohen
Ho pensato subito a questi versi quando ho saputo che Edgar Morin se n’era andato ieri a Parigi, alla vigilia dei suoi 105 anni. Non come associazione sentimentale, ma come riconoscimento di una parentela profonda tra due modi di stare al mondo.
Cohen e Morin non si assomigliano in superficie. Uno era un poeta e musicista canadese, l’altro un filosofo e sociologo francese, autore di un’opera enciclopedica in sei volumi. Eppure condividevano qualcosa di essenziale: il rifiuto delle sintesi consolatorie, la capacità di tenere insieme rigore e lirismo, la convinzione che la verità abiti le contraddizioni e non le risolva.
Hallelujah non è una canzone di fede. È una canzone sulla fatica di non smettere di cantare nonostante tutto. È una preghiera profana che nasce dal fallimento, dalle ferite, dall’errore e che decide comunque di affermare la vita. Non trionfalmente. Lucidamente.
La filosofia di Morin funziona allo stesso modo. Il “pensiero complesso” che ha elaborato nel corso di settant’anni di lavoro intellettuale non è un sistema che semplifica: è un metodo per abitare l’incertezza senza esserne paralizzati. La sua idea di “testa ben fatta”, contrapposta alla “testa ben piena” di nozioni accumulate, era un invito a connettere, a mettere in relazione, a non accontentarsi delle risposte che frammentano la realtà per renderla gestibile.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di ottimizzare la conoscenza riducendola a output, il pensiero di Morin suona come un antidoto necessario. Lui avrebbe probabilmente detto che il problema non è la macchina: è la cosmologia implicita che rischiamo di consegnarle, quella che confonde la complessità con il rumore da eliminare.
Ci lascia in un momento in cui avremmo più che mai bisogno di quella “testa ben fatta”. Lo salutiamo con la sua stessa coerenza: senza retorica, con una Hallelujah fredda e spezzata che è, forse, la forma più onesta di gratitudine.
Buon viaggio, Maestro dell’identità terrestre. La tua Hallelujah non era quella delle certezze, ma quella di chi continua a pensare dentro la complessità del mondo.
