Ogni volto è una scrittura che precede le parole.
Wayra-Aycha nasce dal punto in cui l’immagine smette di rappresentare e comincia a risuonare, dove la ruga diventa solco, il ciglio si confonde con l’altipiano, e la pelle rivela ciò che nessun archivio sa custodire: la memoria stratificata di chi siamo stati prima di avere un nome. Un’ininterrotta tessitura di polline, luce e tempo.
Parte del progetto “Anime di Terra e Luce”.
S’inarca il volto, faglia di secoli,
ove la polvere farsi pensiero pretende
e la ruga è solco d’aratro nel vuoto.
Non v’è confine tra il ciglio e l’altipiano:
siamo l’ossidiana che beve l’aurora,
l’indaco che s’imbeve di sabbia e di niente.
Sotto l’urucum batte una linfa antica,
un coro di radici che scuote la spina dorsale,
mentre il sale dei mari corrode il ricordo
e lo trasforma in uno sguardo d’ambra.
Siamo palinsesti di carne e di vento,
effigi nate dal bacio del fuoco con l’ombra.
L’occhio è un lago dove il mito annega
per rinascere roccia, per farsi foresta.
Un’ininterrotta tessitura di polline e luce
scrive, sulla pergamena dei volti,
l’unico nome che l’universo sussurra al caos.