Quest’opera, presente in un’installazione realizzata come contributo personale alla collettiva “Teach Peace 2026” al Second Life Endowment for the Arts (SLEA) , nasce dall’urgenza di interrogare il segno che la nostra specie imprime sul mondo: un’impronta che si è fatta pesante, alterando i ritmi profondi della Terra. Il “tempo del grande peso”, in cui l’umanità, ebbra di tecnica e successo, ha smesso di percepirsi come parte di un sistema per ergersi a suo dominatore. Il testo propone un ribaltamento dello sguardo. Ispirandosi alle visioni di chi vede il pianeta come un unico organismo simbiotico, suggerisce che la guarigione non risieda in una crescita illimitata, ma nella riscoperta di un equilibrio dinamico in cui la dignità di ogni individuo trova spazio senza infrangere gli argini vitali della natura. Passare dall’”io” alla “foresta”, dall’estrazione alla rigenerazione, significa riconoscere che non esiste un confine reale tra la nostra pelle e l’atmosfera. Dunque, un invito a camminare con leggerezza, trasformando l’arroganza del primato nella saggezza della custodia, riscoprendo che la nostra vera origine non risiede in una bandiera o in una categoria, ma nel respiro comune che ci rende, insieme, terra e cielo.
